martedì 14 novembre 2017

PRESENTAZIONE DEL PROGETTO ARTISTICO E CINEMATOGRAFICO ARTIST@WORK E INTERVISTE AL REGISTA BRUNO OLIVIERO E AL FUMETTISTA PIETRO SCARNERA

Come sapete io amo l'arte e il cinema e quindi oggi voglio presentarvi Artists@Work, un nuovo progetto artistico dedicato a raccontare i cambiamenti sociali che attraversano l’Europa che offre la possibilità a 120 artisti di partecipare a un percorso formativo gratuito in tre Paesi, in Italia con i corsi dedicati a Audiovisivo e Fumetto, in Francia con Fotografia e Audiovisivo, in Bosnia ed Erzegovina con Fumetto e Fotografia.
I lavori realizzati durante il percorso formativo (tre workshop di cinque giorni ciascuno, a Bologna, e un’attività di mentoring a distanza) saranno presentati in anteprima al festival di Internazionale a Ferrara nel 2018 e diffusi in Italia, Francia e Bosnia ed Erzegovina, attraverso una campagna di comunicazione internazionale promossa dai partner all’interno delle proprie iniziative e network.
In Italia saranno Bruno Oliviero che fa documentari, tra cui ricordiamo “Odessa”, con Leonardo Di Costanzo, “Napoli Piazza Municipio” e “MM – Milano Mafia”, con Gianni Barbacetto e ha diretto film come “La Variabile Umana” e “Nato a Casal di Principe”, presentato all’ultimo Festival di Venezia 
E Pietro Scarnera con un passato da giornalista, ha esordito nel mondo del fumetto nel 2009, vincendo il concorso Komikazen con l’idea per il graphic novel “Diario di un addio”, nel 2014 ha pubblicato “Una stella tranquilla – Ritratto sentimentale di Primo Levi” per Comma 22 ed è tra i fondatori di Graphic News.

Insieme a loro ci sarà la squadra di Cinemovel Foundation, a guidare 20 filmmaker e 20 fumettisti e illustratori alla scoperta di nuove forme di narrazione.
Le candidature saranno aperte fino al 22 novembre 2017.
Per le modalità di adesione e selezione: www.cinemovel.tv, www.fondazioneunipolis.org, www.libera.it.
Invio delle candidature a candidature@cinemovel.tv
La partecipazione è gratuita.
A@W è cofinanziato dal Programma Europa Creativa dell’Unione Europea, ed è promosso da Fondazione Unipolis, Atelier Varan, Cinemovel Foundation, Libera Associazioni, nomi, numeri contro le mafie, Udruzenje Tuzlanska Amica
INTERVISTA AL REGISTA BRUNO OLIVIERO REALIZZATA DA BEATRICE MOCENIGO
Prima di dedicarsi al mondo del cinema, lei ha studiato antropologia. Nei sui film, penso ad esempio al suo ultimo Nato a Casal di Principe, si è rivelato uno studio determinante? Secondo lei ci sono altre discipline che possono ritenersi complementari allo studio del cinema?
Tutto quello che ho fatto e quello che continuo a fare prima di fare “cinema” è determinante per me nel fare cinema. È talmente un’esperienza umana, quella del cinema, che qualsiasi cosa si faccia può essere riversata nei film che si fanno. Per me è un modo di restare in contatto con la realtà degli altri esseri umani, e la speranza è sempre che chi vede il film che fai a sua volta entri in contatto con se stesso e con le persone che lo circondano. In questo senso l’antropologia mi ha appassionato e mi appassiona, la curiosità verso gli altri e i metodi per rendere questa curiosità qualcosa di utile, trasmissibile e non morbosa è al centro delle mie preoccupazioni. Io ho fatto e continuo a fare documentari, e su quel terreno avere un sistema è fondamentale, avere delle griglie di comprensione che ti tengano lontano dalla morbosità è decisivo.
Nel film "L'intrusa" di Leonardo di Costanzo ha ricoperto un ruolo diverso, quello dello sceneggiatore. In questo caso il suo approccio nei confronti del film e della storia è cambiato?
Direi di no. Stessa messa in questione continua, stesso passaggio per tutte le esperienze che si hanno (incontri, libri, racconti, film, ricette di cucina, parenti vicini e lontani...), stessa preoccupazione di rendere i personaggi credibili, interessanti e appassionanti. Si passa ovviamente sempre per se stessi, avendo un minimo di fiducia che se ti interroghi profondamente su cosa ti interessa, questo potrà interessare anche gli altri. Per me uno strumento di lavoro importantissimo sono le domande, rimanere sempre sulle domande cercando di costruire, racconto con le domande e non con le risposte. Credo poi che se sono stato chiamato a scrivere L’Intrusa è anche perché con Leonardo c’è una visione comune, teorica sul cinema e pratica, politica, sull’umanità.
Che ruolo può avere il progetto Artists@Work nel percorso di un artista? Qual è secondo lei il ruolo del cinema europeo nel racconto dei cambiamenti sociali in questo particolare momento storico?
Io credo che praticare il cinema sia il solo modo per impararlo. E praticarlo in gruppo sia il solo modo di verificare che ciò che stiamo facendo comunica con gli altri. Anche per questo in fondo il cinema si fa quasi sempre in molti. Perché come dicevo riguarda le esperienze della vita e le esperienze che facciamo come esseri umani sono sempre caratterizzate dalla presenza dell’altro. Ora un progetto come Artists@Work può dare proprio questa spinta, e qui forse rispondo anche alla seconda domanda, a confrontarsi con altre persone che fanno le stesse cose o cose simili in altri paesi e contesti e capire in che modo si può comunicare e si può trovare un terreno comune per raccontare il flusso del mondo che ci circonda. Un flusso che in parte stordisce, io credo, e nel quale il cinema ha un ruolo via via più marginale. Ma proprio questa mi sembra che sia l’importanza del progetto che stiamo realizzando: trovare un nuovo spazio all’antica pratica di scambiare esperienze umane attraverso il cinema. E questo incide sulla realtà sociale.
Cosa si aspetta dai partecipanti? La realizzazione di documentari o di cortometraggi più narrativi o sperimentali?
Per me è buona e anzi necessaria pratica non aspettarmi niente dai partecipanti. Essere aperto a tutti i contributi che arriveranno proprio per quello che dicevo prima. Io avrò un ruolo di mentoring e bisogna non aspettarsi niente per lasciare fluire al meglio le energie e le pratiche vive. Qui si tratta di sperimentare una pratica della condivisione degli sguardi, degli incroci tra le necessità di ognuno. E per fare questo la cosa più importante sono le individualità, le esperienze diverse, gli sguardi particolari, che siano forti o deboli non ha importanza. Ecco, per tornare alla tua prima domanda, in questo l’antropologia è una risorsa sempre: non ti devi aspettare niente, altrimenti nello studio che fai vedrai solo il riflesso deformato di te stesso, invece dal progetto Artists@Work mi aspetto di scoprire e di aiutare ad esprimersi 20 nuovi sguardi sul mondo, lontani da tutto ciò che conosco. Questo mi piacerebbe un sacco che accadesse.
INTERVISTA A PIETRO SCARNERA autore e docente di Fumetto e Illustrazione per Artists@work REALIZZATA DA GIULIA CALÌ
Partiamo dal presupposto che tu sei un fumettista nelle cui vene scorre sangue di un giornalista. Nel tuo lavoro “Una stella tranquilla. Ritratto sentimentale di Primo Levi” (2014), con cui ti sei aggiudicato il Premio Rivelazione al Festival International de la Bande Dessinée d'Angoulême, hai utilizzato il linguaggio del fumetto per raccontare la memoria di ciò che è rimasto; hai portato in superficie, con la tua matita, testimonianze di vita vissuta tra storia e letteratura. È possibile affermare che il tuo essere giornalista non può escludere il tuo essere fumettista? Come riesci quindi a far coesistere narrazione visiva e narrazione testuale nei tuoi lavori?
Si può dire che la mia formazione è stata duplice. Per molti anni “fare fumetti” è stata solo una vaga ambizione, probabilmente perché non sentivo di avere qualcosa da raccontare. Nel frattempo lavoravo come giornalista, in un ramo molto particolare del giornalismo, quello delle agenzie di stampa. Molto spesso il lavoro consisteva nel dare forma a del materiale grezzo: conferenze stampa, convegni, rapporti pieni di dati… e in più era un lavoro quotidiano, ogni giorno bisognava scrivere uno o due “lanci” di agenzia. Quando ho cominciato a fare fumetti, questo si è rivelato un ottimo esercizio, perché mi ha allenato a capire cosa è rilevante in una storia e cosa no. Ma non è una cosa che ho scoperto io, molti scrittori sono stati anche giornalisti (Dino Buzzati, per dirne uno che è stato anche fumettista). In generale, penso che il lavoro di scrittura quotidiano che richiede il mestiere giornalistico sia un’ottima palestra per chiunque voglia raccontare.
Hai mai pensato a una trasposizione filmica, attraverso le tecniche d'animazione, di uno dei tuoi lavori passati o di un progetto futuro?
I due libri a fumetti che ho pubblicato non si presterebbero molto bene a una trasposizione, ma è vero che il fumetto è un po’ un fratello del cinema (hanno anche più o meno la stessa età), perché entrambi si basano sul ritmo e sulle immagini in sequenza. Forse proprio per questa vicinanza, di solito le trasposizioni migliori sono quelle che più “tradiscono” i fumetti da cui sono tratte. L’animazione invece è un altro campo ancora, con regole diverse da quelle del fumetto. Trovo che siano molto interessanti alcuni esperimenti recenti in cui il disegno diventa un inserto del film, ad esempio in “Kurt Cobain: Montage of Heck”.
Quest’anno condurrai un workshop sul fumetto e sull’illustrazione all’interno del progetto Artists@Work, pensato per giovani artisti che si dedicano al fumetto non solo per approfondire e migliorare la tecnica, ma soprattutto per indagare i diversi temi che possono essere trattati, in particolare quello sociale. Cosa ne pensi di questo progetto?
Credo che sia al passo con i tempi. Ormai il fumetto ha dimostrato di essere in grado di raccontare qualsiasi argomento, anzi si è rivelato particolarmente efficace se applicato a temi impegnativi (conflitti, malattie, in generale tutti i temi di stampo sociale). Siamo però ancora all’inizio di un’esplorazione delle possibilità del fumetto. Se mi è concessa una metafora musicale, è un periodo “punk”, in cui si è capito ad esempio che non è necessario essere dei mostri del disegno per fare fumetti (anche se questo non vuol dire non avere un proprio stile), ma che è più importante avere una storia da raccontare. In più il fumetto e l’illustrazione sono molto efficaci in un mondo che si nutre sempre più di immagini.
Quanto è importante, secondo te, la consapevolezza critica, la memoria storica, l’informazione e la divulgazione per un giovane che inizia, oggi, a dedicarsi al genere del fumetto?
Anche se i fumetti per molto tempo sono stati considerati una forma d’intrattenimento per ragazzi, i fumettisti sono spesso stati persone di grande cultura. Dietro le opere di Hugo Pratt e Tiziano Sclavi, per esempio, c’è una grande preparazione culturale e soprattutto una curiosità inesauribile. Credo che per chi si avvicina al fumetto sia importante avere questo approccio: leggere molto (non solo fumetti), guardare tanti film, viaggiare se è possibile, e soprattutto essere curiosi.

2 commenti:

  1. Bellissima iniziativa e bellissime interviste che ho letto con piacere.
    Concordo sul fatto che dietro il lavoro del fumettista ci debba essere una grande preparazione a 360'.
    Un abbraccio

    Nuovo post sul mio blog!
    Ti aspetto da me se ti va!
    http://lamammadisophia2016.blogspot.com

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  2. Vediamo un po' dove porterà questo progetto che sembra interessante.
    Un abbraccio!

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